L’avevo desiderato da sempre, ma o il lavoro, o le questioni personali, o le defezioni di possibili compagni, non mi hanno consentito di rendere vero un sogno. Poi quest’anno tutto ok. Ho un mare di giorni di ferie arretrate da godere, risolvo le questioni personali e trovo la compagnia giusta. Parto con mio padre ed eccoci qui a Kathmandu in attesa del volo per Lukla, prima tappa del trekking.

Che volo! Di questa tratta se ne sono dette e raccontate di ogni , andate in internet e vedrete, ed anche lo scorso settembre c’è stato un incidente. Ma noi chi ci ferma? Tanto per dare un’idea: l’atterraggio ed il decollo avvengono su una pista larga pochi metri e lunga solo cinquecento, con un dislivello di sessanta fra la fine e la piazzola di sosta degli aerei. Ti accorgi di toccare terra solo dall’urto del carrello e l’urlo dei motori a turbina, che invertono il senso di rotazione delle eliche, e….che questa volta l’hai sfangata.

Da Lukla al Campo Base dell’Everest a 5360 metri occorrono sei giorni, più uno di acclimatamento, per una distanza di circa settanta chilometri. Quindi in cammino, a piedi con il nostro zaino, la nostra guida Rinjee Sherpa ed il portatore con il suo carico di quasi quaranta chili. Entriamo nel Parco Nazionale di Sagarmatha per salire di quota a Namche Bazar 3440 m, capitale del popolo Sherpa, accogliente e piena di negozi di articoli sportivi (veri o falsi?) e souvenir, coloratissima, poi a Tengboche 3860 m ed il suo monastero, a Periche 4240 e qui cominci a dosare il passo sul respiro che diventa più profondo.

Cammini sei, sette fino ad otto ore e ti sembra di avere percorso solo pochi chilometri, poi ti volti indietro e guardi da dove sei partito e ti sorprendi incredulo e sorpreso del percorso fatto. Tanta strada, su per i crinali, giù di nuovo lungo il fiume per attraversarlo e poi ancora e ancora. Ti guardi attorno e scopri montagne stupende: Ama Dablam 6814 m, che significa madre e figlia, Thamserku 6618 m, Kangtega 6783 m, che significa sella di cavallo. Mentre cammini pensi che sei già più alto dell’Adamello, del Cevedale, del Gran Zebrù, del Monviso e ti stai avvicinando alla vetta dei nostri quattromila.

Ora la notte a Lobuche 4910 m a fianco della morena laterale destra del ghiacciaio del Khumbu. Mai così in alto prima d’ora. Si dormirà, staremo bene, riusciremo a mangiare qualche cosa? Tutto bene. Grazie al Diamox o alla forma fisica o alla sorte? Partenza alle 7,30 con il primo sole. Giornata ancora una volta splendida. Infatti l’ultima settimana di ottobre e l’intero mese di novembre sono il periodo ideale per questo trekking. L’alta pressione assicura cieli tersi, aria secca, vento non troppo forte con temperature comprese fra i più 7-10 gradi di giorno ed i meno 5-10 di notte.

Risaliamo ancora la morena, attraversiamo la confluenza del ghiaccio Changri Shar e dopo due ore e trenta arriviamo a Gorak Shep a 5140 metri dove passeremo la notte. Breve sosta e poi avanti. Si monta sul ghiacciaio del Khumbu interamente ricoperto di detriti. Quasi non ti accorgi di camminare su un ghiacciaio. Che differenze con i ghiacciai delle nostre Alpi, così bianchi, con ghiaccio poroso, contrariamente a questo: compatto, duro e freddo.

Campo base dell’Everest 5360 metri! Ci siamo arrivati il 11 novembre dopo sette giorni di trekking. Non male. Stiamo bene e siamo contenti. Soddisfatti ed appagati dal primo obiettivo raggiunto. In questa stagione non sono previste le spedizioni commerciali, per cui l’area è completamente sgombra e tranquilla, non quella città di tende del periodo estivo. Il luogo desta meraviglia, stupore per la grandezza e l’imponenza dell’ambiente e della sommità del Monte Everest 8848 m intravista poco prima. Le correnti a getto ne spazzano la vetta, soffiando nuvole di neve.

Grande rispetto ed ammirazione per chi ci è salito per primo e per che ci sale ora, anche se con qualche perplessità sul come ci si sale. La nostra guida Rinjee Sherpa ci è salito due volte e ce ne ha raccontate da scriverci quasi un libro. Rientro e notte a Gorak Shep ben più alti del nostro Monte Bianco. Cena con zuppa d’aglio, riso saltato con verdure, sfogliatine di mele e litri di té caldo. Quella poca acqua disponibile gela al calar del sole e quindi niente toeletta e questo avviene ormai da tre giorni e così sarà per i prossimi cinque. Notte abbastanza tranquilla nonostante i colpi di tosse per via della trachea infiammata dall’aria secca e delle fosse nasali prosciugate e piene della polvere. Partenza alle 7.30 per salire al belvedere del Kala Patthar, Rocce Nere in lingua sherpa. Sono due ore e mezzo per 500 metri di dislivello, dai 5140 metri di Gorak Shep ai 5640 metri di Kala Patthar. La salita è abbastanza ripida. La quota si fa sentire. Qui ci vorrebbe l’audio per sentire il respiro. Abbastanza veloce, ma non affannoso, profondo. I polmoni cercano l’aria, ma sembrano non riempirsi mai. Il passo è lento. Lo sguardo attento sul sentiero per cercare di evitare un gradino, un sasso più grosso degli altri da superare, un dislivello troppo accentuato, che ti costringa ad una ulteriore fatica. Cerchi quasi il piano, che naturalmente non c’è. Ma vai avanti e sei sul tuo secondo obiettivo. Kala Patthar 5640 m, come riportato fedelmente dal nostro altrimetro.

Bandiere buddhiste al vento. Formule sacre e preghiere scritte e trascinate dal vento per colmare l’intero universo di significati di pace, serenità e fratellanza. A N la piramide del Pumo Ri 7165 m ed a E ecco il Monte Everest con i suoi 8848 metri. La montagna più alta della Terra. La via di salita con la seraccata del Khumbu ed il Colle Sud a 7906 metri. Poi il Lothse 8516 m e la impressionante parete O del Nuptse 7864 m. La nostra guida Rinjee Sherpa ci indica le vie normali del mare di montagne, tutte sopra i seimila metri, che ci circando da E a O. Un brivido ed un pensiero alle normali delle nostre Alpi. Qui tutto è gigantesco. I dislivelli mai meno di duemila metri dal campo base. Impressionante!

Si scende di nuovo a Lobuche, passando per la Piramide del CNR posta a 4970 m ed avvicinarci al nostro prossimo obiettivo: Chola Pass a 5365 m!

Il giorno successivo si cambia valle e ci si porta a Dzonglha solo due lodge e quakche tenda a 4830 metri. Vista impagabile verso Ama Dablam e sulla parete nord del Cholatse 6335 metri, teatro di una mitica salita solitaria da parte di Ueli Steck nel 2005. Su richiesta della nostra guida Rinjee Sherpa lasciamo la camera prenotata nel lodge a due trekker russi scesi dal Chola Pass ed arrivati sfiniti con il buio. Ci rendiamo conto di come molti trekker non abbiano assolutamente idea a che cosa possono andare incontro. La maggior parte dei trekker sono inglesi, olandesi, tedeschi, americani, australiani, giapponesi, russi o di altre nazioni prive di montagne significative e quindi senza alcuna esperienza di montagna ed adeguata preparazione fisica.

Passiamo la notte in tenda a 10 gradi sotto zero. Il sacco a pelo, le coperte e le borracce riempite di acqua calda non ci fanno patire il freddo. Anzi ho dormito meglio qui che in altre situazioni. Poi la sveglia con una tazza di té caldo ed il sole che illumina la vetta dell’Ama Dablam. Cosa volere di più!

Partiamo presto alle 7 in punto. Avverto la guida Rinjee Sherpa preoccupata. Ci ha visti ieri leggermente affaticati e teme di non stare entro le otto ore massime previste per la salita al Chola Pass e successiva lunghissima discesa a Dragnag. Il primo tratto aiuta perché è in lenta salita. Sosta a circa 5000 metri. Tè caldo dal thermos con una bustina di GU GEL alla caffeina. Un bella botta di energia, ve lo consiglio il GU GEL! Poi via per la parte più alpinistica di tutto il trekking. Si sale lungo coste rocciose, cenge ripide ed abbastanza esposte fino a montare sul piccolo ghiacciaio sotto il Chola Pass. Breve sosta per ammirare il panorama, scattare foto e meravigliarsi di quanta strada abbiamo percorso in sole tre ore. Sto bene ed anche l’arzillo vecchietto che mi segue. La nostra guida Rinjee Sherpa è contenta della nostra progressione. Siamo in tabella, anzi in anticipo. Il ghiacciaio non presenta difficoltà e non richiede l’uso di ramponi, ma solo un po’ di tecnica di progressione su neve dura. In ogni caso Rinjee Sherpa ha con se degli spezzoni di corda di canapa da avvolgere agli scarponi per aumentare l’aderenza.

Chola Pass 5365 metri! Un discreto affollamento di trekker, provenienti dall’opposto versante, ci accoglie. Una ragazza argentina di origini italiane sente il profumo del pezzo di grana che stiamo mangiando e ce ne chiede un pezzo. Aggiungiamo anche pocket coffe e frutta secca. Abbracci e grida di felicità. Ora discesa verso Dragnag da fare con molta attenzione. Il sentiero è molto franoso, con tratti di rocce ricoperte da un insidioso e sottile strato di ghiaccio e per la caduta di sassi dalla cima sovrastante. Frequenti grida di “sassi, sassi” ci accompagnano, uno mi sfiora.<p/>

Un ragazza francese scivola, cade e si rompe un braccio. Gli Sherpa bloccano in qualche modo il braccio e accompagnano la ragazza fino ad un altipiano a 5000 metri. Viene richiesto l’intervento dell’elicottero di soccorso e sono ottomila dollari! Di elicotteri volare ne abbiamo visti almeno tre, quattro al giorno durante il trekking e di gente dal viso stravolto ed al limite dello sfinimento ne abbiamo incontrata parecchia. Non bisogna farsi assolutamente male ed è imperativo prevenire attacchi gravi di mal di montagna. Su questo versante l’ospedale più vicino si trova a Khunde, vicino a Namche Bazar, a tre giorni di marcia, Una semplice distorsione o una ferita invalidante possono costituire un serio problema, sia per l’esborso economico che per l’assistenza, non oso immaginare quale, che si potrà trovare a Khunde o a Kathmandu.

Notte a Dragnag 4700 m ed al mattino partenza per Gokyo 4790 m passando per il ghiacciaio Ngozumba che scende dal Cho Oyu 8201 m. Il passaggio sul ghiacciaio è veramente da fiaba. Si cammina ora su ghiaia e rocce, che lo ricoprono interamente, ora su ghiaccio vivo, ora fra serracchi, ora contornando laghetti integlaciali gelati e dai colori di cobalto. Se lanci una pietra e la fai rimbalzare sulla superfice ghiacciata, ti ritornano suoni acuti e vibranti. Magico!

Sosta e notte a Gokyo ed i suoi laghi a 4790 m. Anche qui montagne, ghiacciai, passi e montagne e montagne e….Il Cho Oyu 8201 m su tutti con il suo versante S. Scambio gastronomico con dei trekker sardi: bottarga degli stagni di Oristano contro salamino della Valsassina. Ergo per noi spaghetti alla bottarga, questa sera. L’indomani inizia il lungo e faticoso cammino di rientro passando per Machermo 4465 m, Phortse Thanga 3680 m, Mongla Pass 4050 m,** Namche Bazar 3440 m** e finalmente Lukla 2890 m. Volo di rientro a Kathmandu. Decollo da brivido: i freni bloccati, le turbine al massimo, lo scatto e l’accelerazione con la pista che ti scorre sotto e sembra già finita. Poi a venti metri dalla fine l’areo si solleva in volo su una valle aperta e sospiri e sbuffi e grida di “oh my god”.

Poi a casa. La stanchezza ci assale al rientro in Italia. C’è voluto un mese per recuperare i quattro chili persi e la forma fisica. Che altro dire. Un’esperienza che segna la mia vita.