Finalmente dopo un anno di preparativi e allenamenti è arrivato il momento di salire il mio prima seimila. In teoria si tratta di una salita di acclimatamento in vista dell’Illimani ma raggiungere la vetta dell’Huayna Potosí è già una bella soddisfazione, nonostante venga considerato (forse a torto) il 6000 più facile del mondo.

Arriviamo in Bolivia il 19 di Luglio, il volo da Santa Cruz a La Paz ci regala un bellissimo passaggio sopra l’immensa mole dell’Illimani che però, allo stesso tempo, ci incute qualche timore e fa affiorare subito i primi dubbi: saremo in grado di salirlo? L’arrivo ai 4000m dell’aereoporto è di quelli che non dimentichi: l’altimetro al posto che scendere sale per pareggiare la pressione esterna e appena scesi iniziano subito gli svarioni da alta quota.

La Paz è una città che lascia a bocca aperta. Dal Quartiere di El Alto posto a 4000m precipita fino a 3200m lungo un conca, quasi inghiottendo tutto ciò che la circonda, con le nevi dell’Illimani sullo sfondo. La prima parte della vacanza è esclusivamente turistica, visitiamo la Paz, La Valle Della Luna, la rovine di Tiwanaku e il Lago Titicaca. L’inizio è scoraggiante, si fa fatica a camminare in salita e ci sentiamo abbastanza ridicoli vicino ai Boliviani che sfrecciano come se niente fosse.

Il 23 partiamo alla volta del Potosí, ormai acclimatati. In appena due ore e mezza di jeep arriviamo al Passo di Zongo dove pernottiamo in un piccolo rifugio con tre camerate, un soggiorno, bagno e cucina: un vero lusso! Il giorno seguente è dedicato ad una salita di acclimatamento al vicino Charkini, una montagna di 5200m con un piccolo e facile ghiacciaio utile per “rompere il ghiaccio” con la montagna. Le sensazioni sono buone, la gamba va e il fiato migliora, non ci resta che salire!

Il 25 partiamo dal Passo alla volta della montagna. Attraversata la diga il sentiero risale una lunga morena fino ad un piccolo baracchino dove ci viene chiesto di firmare un registro. Da qui in poi la salita diventa più ripida e dopo numerosi tornati arriviamo al Campo Alto Roca, una costruzione in pietra maleodorante posta a 5130m. Da qui per facili roccette e qualche tratto ghiacciato raggiungiamo il Rifugio Anselme Baud dove pernottiamo. Il rifugio è essenziale ma accogliente, il tetto in plexiglas lo rende una fornace di giorno, si sta bene in maglietta! Dopo una cena a base di zuppa e prosciutto saltato in padella ci buttiamo nei nostri sacchi a pelo e puntiamo la sveglia alle 2.

La notte sembra non passare mai, tra tedeschi che russano e le normale ansie pre-salita. Finalmente suona la sveglia, facciamo colazione e iniziamo la classica vestizione da ghiacciaio: imbrago, cordini e moschettoni vari, una vite e ramponi. Fa caldo e non c’è un alito di vento, condizioni ideali! La prima parte della salita è molto semplice e ben tracciata mentre il passaggio chiave quest’anno è abbastanza ostico, bisogna superare un breve salto di 3/4 metri di ghiaccio e neve abbastanza gradinato. Una coppia belga fa da tappo e rimaniamo bloccati per una ventina di minuti.

La nostra guida Eliot, vedendo che la situazione non si sbloccava decide di superarli e proseguire. Con grande sopresa constatiamo che il primo della cordata aveva rinviato una vite con un barcaiolo bloccando la corda: se non fosse stato per noi sarebbero ancora lì! Superato questo passaggio si accede al plateau sommitale, dove riprende una facile traccia che conduce all’ultimo strappo finale. Con sorpresa notiamo che quest’anno la salita non segue il suo percorso normale ma affronta direttamente, con due ripidi tornanti, il pendio di vetta, evitando la famosa e aerea cresta finale. Siamo in ritardo e il sole già alto e la quota rendono quest’ultimo tratto un inferno.

Dopo aver preso un GU-Gel ci armiamo di pazienza e finalmente dopo 6h e mezza io e mio papà siamo in vetta: 6088m un sogno che si realizza! Il panorama è maestoso, da un lato il brullo altipiano boliviano dall’altro il bacino dell’Amazzonia avvolto dalle nubi. Dopo le foto di rito scendiamo in fretta, facendo molta attenzione sul primo tratto reso insidioso dalla neve cotta dal sole.

Si tratta di una salita semplice di due giorni, simile ad un 4000 alpino come la Weissmies, ma con la variante dell’acclimatamento, pre-requisito fondamentale! Bisogna però tenere presente che le condizioni su queste montagne cambiano drasticamente di anno in anno e il tutto può complicarsi facilmente. Siamo stati fortunati soprattutto col tempo. In questa caso sono bastati dei semplici scarponi senza scarpetta interna (Nepal Evo o Phantom Ultra) e abbigliamento di media pesantezza (il piumino pesante era superfluo) ma basta poco per aver bisogno di indumenti e scarponi molto più caldi.

La sera stessa siamo già di ritorno a La Paz, pronti per la prossima meta, l’Illimani.